dj fede

La musica è cambiata e continua a farlo – a ritmo incessante – anche ora, in questo momento. La fruizione è sempre più agevolata: possiamo ascoltare qualsiasi cosa ovunque e sempre, 24/7. Ogni settimana escono pezzi nuovi, si è sviluppata una percezione diversa dell’ascolto ma si è trasformato anche il modo di fare musica: parole, temi, suoni. Un sistema figlio dell’epoca del digitale e dell’overbooking di socialità.

Alle volte sembra una corsa contro il tempo, alla ricerca della novità a qualsiasi costo – sì, mi capita di pensarlo – ma in realtà fa parte del gioco ed evidentemente è giusto così. Si fa presto a parlare di hit, collaborazioni “comode” o altri e vari luoghi comuni ma, come si sta dall’altra parte della barricata? Essere un artista o producer nel 2021 non è facile, nonostante i social sembrino mostrare il contrario.

Succede di cavalcare la wave e sparire poi tra i cavalloni o rimanere sulla “cresta dell’onda”: che sia quella del successo più popolare, mainstream, o underground, nicchie o mondi “altri” dai suoni incredibili, quello sta ai gusti e alla sensibilità di ognuno.Se si tratta poi di riportare e mantenere viva una cultura che ha posto le basi per uno dei generi oggi più ascoltati e passati (cosa non di poco conto se si pensa a 10-15 anni fa), beh alzo le mani. O meglio, inizio a scrivere alcune delle (mille) domande che farei – come in questo caso.

Il 22 febbraio è infatti uscito l’ultimo disco di DJ Fede, dj e producer torinese, “Still From The ‘90s”: il 14esimo album della sua carriera e il secondo – con “Product Of The ‘90s” (2019) – con cui ha reso omaggio, con alcuni dei suoi protagonisti, agli anni d’oro dell’hip hop italiano (e non solo).



2021, disco numero 14: una produzione inarrestabile dagli anni ’90. Sei l’esempio che la musica non ha limiti di suoni e sfumature. Cosa cerchi nei tuoi beat? Hai un “suono ricorrente” o ricerchi sempre un tassello in più da aggiungere al “tuo puzzle”?

Ho fatto molti dischi e la mia linea musicale non è mai cambiata. Cerco di portare rispetto al suono da cui provengo, i miei beat si evolvono senza mai tralasciare le radici del rap. Lo stile produttivo è sempre quello legato ai sample ed è il mio punto di partenza, sono cambiate alcune macchine e i software, ma il “flavour” è sempre lo stesso.

2019, “Product Of The ‘90s”. Due anni dopo “Still From The ‘90s”. Nel disco precedente c’è il gran ritorno della golden age dell’hip hop nostrano (e non solo), in questo metti un punto fermo: una sorta di “i ‘90s sono tornati e suonano sempre attuali”. Sbaglio? Hai nostalgia di un certo tipo di suoni o sono una “sfida” personale per nuove ispirazioni?

Questi due dischi hanno fatto parte di un ciclo che si è chiuso con questa uscita del 22 febbraio. Avevo bisogno di far sentire e capire che la golden age ha rappresentato un suono che non è di moda ma è un classico, e quindi non passerà mai di moda. Credo che progetti americani come quello di Griselda e 38 Spesh dimostrino che questo suono può essere aggiornato e “refreshabile” mantenendo le sue caratteristiche principali. Gli anni ‘90 sono passati e non torneranno ma lasciano una grande eredità musicale e culturale, questo è ciò che cerco di portare avanti.



“Still From The ‘90s” è densissimo: 11 brani, 7 bonus track e tanti ospiti. I tuoi dischi li sento sempre come delle piccole “enciclopedie”: le campionature, i beat e le rime raccontano insieme parentesi di un’epoca. Una sorta di documentario sonoro. Cosa vuoi lasciare al tuo ascoltatore?

Voglio che chi ascolta i miei dischi abbia la sensazione essere di fronte a un suono solido, grasso e a delle rime di qualità. Queste sono le peculiarità che voglio da un disco quando lo ascolto. Spero, con le mie produzioni, di riuscire a trasmettere questa sensazione. L’album è particolarmente ricco perché ho avuto più tempo del solito, non suonando nei club mi sono concentrato al 100% sulle produzioni e ho potuto dare di più.

Come nascono i tuoi lavori? Durante la produzione di un brano lo pensi già “cucito addosso” ad un artista nello specifico?

Parto sempre da vari ascolti, individuo un sample, lo taglio, lo cucio e ci costruisco attorno un beat. Spesso riascoltando la base cerco di immaginarmi chi potrebbe rapparci sopra: a volte faccio subito centro, altre volte il rapper, in quel momento, sta cercando altro, allora cerco di capire cosa gli serve per sentirsi a suo agio e ci si lavora. 

C’è molto soul, jazz e funk, oltre al rap, nelle tue produzioni – un po’ la tua firma -. Ma Dj Fede ascoltatore? Ci sono altri generi nel tuo background musicale?

Il rap che produco è figlio del funk, del soul e del jazz, è una sorta di evoluzione. Questo è il mio marchio di fabbrica. Poi cerco di ascoltare tutto, più musica che posso… va bene tutto purché abbia una radice black. Ho provato ad ascoltare cose molto elettroniche o un certo tipo di rock, ma oltre a un risultato didattico, non mi lasciano particolari emozioni. Ultimamente mi sto concentrando sullo spiritual jazz, sto scoprendo molte cose che non conoscevo e nuove produzioni di altissima qualità.



Con “Still From The ‘90s” hai fatto un salto oltreoceano. Nella tracklist si leggono infatti 4 bonus track direttamente dagli USA: Psycho Les (The Beatnuts), Blaq Poet, Shabaam Sahdeeq e Big Noyd. Cosa ti ha spinto, insieme a Dj Double S, a scegliere collaborazioni fuori dal Bel Paese?

L’ho realizzato per il piacere di farlo, nulla di più. In Italia questo tipo di collaborazioni non hanno mai portato grandi frutti. Con DJ Double S ci siamo parlati e abbiamo deciso di farlo senza avere troppe aspettative a livello commerciale, ma solo soddisfazioni artistiche. So che se avessi dato quei beat a dei rapper italiani avrei ottenuto un riscontro di pubblico più ricco. Del resto, dopo 14 album, penso di potermi permettere di fare dei brani solo per il piacere di realizzarli e di confrontarmi con dei grandi artisti che rispetto; non faccio solo scelte dettate dalle dinamiche di mercato.

Vivi la musica molto intensamente: ascolti molto e provi piacere nel farlo. Ma, come vedi invece il panorama musicale di oggi? La scena rap in particolare.

Molto bene, mi pare che stia tornando una certa concretezza, ci sono parecchi artisti e progetti interessanti. Dopo qualche anno di egemonia legata alla trap i rapper tornano a farsi sentire. La forza del suono che io sostengo sono la cultura che c’è nel DNA dei beat e la cultura e il flow di chi rappa.

Con questo disco, e molti altri tuoi, omaggi non solo un genere ma una cultura. L’hip hop esiste ancora oggi? Possiamo ancora parlare di cultura hip hop?

Ci provo, credo di sì. Sicuramente l’aspetto più esposto è il rap, che più di ogni altra di disciplina che compone l’hip hop si è allontanato dalla cultura di cui fa parte e, naturalmente, questo non aiuta. Credo che l’hip hop non morirà mai, vivrà di periodi migliori e altri peggiori, come la sottocultura del clubber, dei mods o di tante altre che hanno segnato il modo di vivere di chi le ha vissute e ne ha fatto una bandiera.

Firmi i tuoi dischi con grandi nomi italiani, tra cui Primo Brown. In “Still From The ‘90s” lo ritroviamo nella versione reloaded di “Parassiti” (brano uscito nel 2012). Cosa è stato, o meglio chi, Primo Brown per l’hip hop italiano?

Una figura imprescindibile. Un grande rapper, un “animale dal palco” e un grande storyteller. La sua musica rimarrà, spero anche grazie al contributo dei brani che abbiamo realizzato assieme. Per me prima di tutto era un amico, ovviamente.

Tags:

You May Also Like

La Haine e Mastino – Combo connecta Ep 1

La Haine e Mastino La Haine e Mastino Il giovane La Haine, che rappa ...

Jack The Smoker e 4088 Posse – Combo connecta Ep 2

combo connecta Jack The Smoker (Machete) e 4088 Posse (Dateo Docet e Misterem) Nella ...

luogo comune

L’esorcismo dello stereotipo: intervista a Luogo Comune

Sapevo che dietro quei soggetti ci fosse qualcosa di più. Da quando conosco il ...