Yodaman

Yodaman pubblica “Gabbie”: il suo ultimo singolo feat. Speaker Cenzou e prodotto da Yazee

Era da un po’ di tempo che non ascoltavo “I Luv U” di Dizzee Rascal. “Boy In Da Corner” l’ho scoperto più tardi rispetto ai tempi ma ricordo benissimo l’impatto: rime e suoni asciutti, nessun flow “sexy” dell’hip hop di quegli anni (che comunque era incredibile, ndr), solo barre da sottocassa.

Voglio dire, unisci il rap ai breakbeats jungle o UK garage e alla matrice giamaicana ed è subito effetto calamita, meglio conosciuto come grime: un genere dei primi anni ’00 nato tra gli squat party dell’East London. Una definizione decisamente riduttiva perché il grime è più di tutto questo: una delle culture underground più contaminate di sempre, eppure sviluppatasi in e per una nicchia.

Un genere per pochi ma non per snobismo, piuttosto per questioni sociali, politiche e artistiche della Londra di quegli anni. E nonostante le conversioni al mainstream di alcuni dei pionieri del genere – come Dizzee Rascal ad esempio – il grime rimane un culto – oltre che cultura – a sé stante sia in Inghilterra che in tutti i paesi in cui ha messo piede.

In Italia, ad esempio, è Yodaman a tenere alta la bandiera dei 138-142 BPM. Esponente, se non portavoce, delle rime partenopee nella scena grime italiana: insomma l’eccezione che conferma la regola, quella della bellezza di una subcultura “confinata” e di cui – una volta provata – non puoi più farne a meno. Per Yodaman e il grime è stato così, anche per il suo ultimo brano “Gabbie” feat. Speaker Cenzou (prod. Yazee) per Magma Music. Gli abbiamo fatto un paio di domande ostili per saperne di più.


Yodaman

Ascolto per la prima volta “Gabbie” dal lyric video su YouTube. Mi salta subito all’occhio l’associazione grafica tra la parola “gabbie” – anticipata sempre da un # – e i loghi dei social più conosciuti. Quali sono queste “prigioni”?

Viviamo in un’epoca di costante condivisione, abbiamo mezzi in più per collegarci col mondo intero ed è sicuramente una grandissima cosa, ma l’equilibrio tra mondo reale e mondo virtuale è precario, soprattutto quando ci si sente soli o quando si è molto timidi, per esempio. Sul web mostriamo sempre di più una parte di noi, e della nostra vita, molto costruita o idealizzata, questo è diffuso anche tra chi non è un personaggio pubblico.

Si è creata una nuova dipendenza: quella dai numeri (per esempio quelli generati sotto un post Instagram); per alcuni, questi sono diventati uno status, qualcosa da sfoggiare, qualcosa che può mostrarti come un vincente, un metro di misura con cui giudicare (o essere giudicati) quanto si è cool o sfigati e questo vale anche per un artista. Una discografica giudicherà i tuoi numeri e il tuo engagement prima ancora della tua musica.

Nel lyric video ci sono altri elementi che mi colpiscono, come l’occhio e la stanza cieca: l’atmosfera è un misto tra il futuro distopico del Grande Fratello di “1984” di George Orwell e le allucinazioni di Mark Renton in “Trainspotting”. Qualcosa mi dice che “Gabbie” vada oltre il riferimento alla dipendenza da social network. Sbaglio?

Non ti sbagli, con Francesco Paciello abbiamo voluto dare un’impronta molto diretta al video con delle grafiche che interagissero bene con il senso più largo del brano. Le prigioni possono essere molteplici, sono tutte quelle che la nostra mente costruisce. Quando non vedi soluzioni sei nella gabbia.

Quando ti svendi, quando ti pieghi alla legge dei grandi numeri o del più forte contro la tua natura, quando lasci che un sentimento ti logori fino all’anima sei nella gabbia. Quando pensi che l’immagine costruita proposta su un social network sia più importante del mostrarsi per come si è davvero, sei nella gabbia.

Il brano mi suona come una sorta di manifesto al contrario: non fai “politica”. Non cerchi di inculcare un messaggio o insegnare qualcosa: è una denuncia, un “aprite gli occhi!”. Mi ha molto incuriosito. Ti va di dirci di più?

Esattamente, è quello che cerco di fare con la mia musica, instaurare una comunicazione senza pregiudizi, senza una paternale o retorica, dove è aperto il confronto con i sentimenti, le idee e le differenti esperienze, mi auguro di riuscirci sempre un po’ di più.

In “Gabbie” siete in due, o meglio, in tre. Come è stato collaborare con Speaker Cenzou e Yazee?

Sono cresciuto ascoltando il rap di Speaker Cenzou, da “Bambino Cattivo” al progetto Sangue Mostro, passando per i feat. con i 99 Posse. Da bambino per me era una specie di divinità del rap, quando ho pensato a un nuovo singolo ho voluto fortemente puntare sulle mie origini, partire da chi, inconsapevolmente, ha fatto germogliare un seme dentro la mia testa e nella mia scrittura. Volevo riprendere quella scintilla adolescenziale e trasformarla in un gran fuoco. Un grande onore!

Yazee lo conosco da un po’ di anni ormai, è sicuramente uno dei producer e art director più talentuosi d’Italia, ha una grandissima sensibilità musicale, nutro grande stima per lui, c’è scambio, abbiamo trovato una visione comune e stiamo scrivendo un bel po’ di roba nuova insieme che non vedo l’ora di farvi ascoltare.

Napoli ha una carismatica scena hip hop. Ma penso a Yodaman e dico grime. Cosa ti ha colpito della cultura e della musica dell’East London? E soprattutto, come ci sei arrivato?

Faccio un tuffo nel passato e sicuramente mi ha colpito la scansione ritmica del tutto unconvetional, le sonorità ipnotiche e così magnetiche, l’attitudine unica che c’è a questo tipo di rap e stile di vita, mi ha colpito Londra, i rave e i club dove ho ascoltato e suonato questa roba per anni con un sacco di amici. Ho intercettato questa roba grazie a “Boy In Da Corner” di Dizzee Rascal nel 2004/05, ero un divoratore di dischi rap ed ero terribilmente attratto dalla roba più strana, ascolta “I Luv U” e prova a restare inerme… sfido chiunque.

Da lì ho iniziato una sempre crescente ricerca musicale/culturale che mi ha portato ai brother della Numa Crew, Ninjaz MC, a Ganji Killah con DJ Foster, alla mia vecchia fam milanese The Hooderz e Think’d con il quale ho prodotto l’album “Gioco Sporco” (Antistandard Recs.).

Anche la scena musicale di oggi è vittima e carnefice di queste gabbie? Riprendo le parole dal testo: “Cosa c’è? Cosa vedi? A cosa credi?”

Direi che il carnefice è, in realtà, l’industria musicale e la vittima è sicuramente la musica (l’arte più in generale) che si incastra inevitabilmente tra gli ingranaggi di questa enorme macchina che trita di tutto. Quando ho scritto questa parte volevo parlare proprio a chi, come me, crea musica impegnandosi tanto per far crescere ogni giorno di più il proprio progetto e che scivola in queste gabbie, si lascia abbagliare dai discografici, si lascia fottere dai numeri perdendo un po’ la direzione. In casi come questi è necessario rompere le gabbie.

In “Londra Zero Zero Lorenzo Fe parla di morte del grime UK già dal 2007 per l’approdo al mainstream di alcuni dei migliori artisti della scena. E in Italia? Che rapporto c’è tra un tipo di underground “di nicchia” come il tuo e il commerciale? Quali sono le “nuove strade del grime” nostrano, se esistono?

I tempi sono un po’ cambiati da quando Lorenzo Fe ha scritto quel libro e forse la sua ricerca si è limitata fino a un certo punto della storia. Lui parla di anni in cui il rap non aveva l’enorme apertura che ha attualmente nel mercato mondiale e i discografici credevano di poter gestire questo nuovo prodotto con la stessa formula del pop esistente. Nel tempo hanno capito che serviva una formula ad-hoc per il rap mainstream.

Quando passi dall’essere underground a mainstream vuol dire che qualcosa è successo, inevitabilmente quella parte più spontanea, più vicina al “suono originale” subisce un cambiamento, un po’ come l’evoluzione che porta il

bruco a diventare farfalla e volare, ma non credo che muoia del tutto, ti porti sempre dietro qualcosa, come l’attitudine o qualche suono da ibridare. Sono due territori differenti che si influenzano a vicenda. In Italia ancora nessun “big” (come, per esempio, Guè, Luchè o Marra) ha provato a realizzare un brano grime, se questo avverrà mai, darà sicuramente una grossa sferzata alla storia.

L’unica strada percorribile al momento è la via indipendente che, improntandola sul modello business BBK, potrebbe comunque risultare interessante e nel tempo crescere a tal punto da generare un interesse nell’industria.

Tags:

graffiti podcast

You May Also Like

3DC & SISTA IRA3DC & SISTA IRA

3DC E SISTA IRA: Una coppia sopra e sotto il palco

3DC E SISTA IRA 3DC E SISTA IRA Cercano di riproporre l’hip hop nel ...

hogre

Trouble vs Glue Moonshaped video by Hogre & Robotina

Come la musica dei TroublevsGlue il video di “Moonshaped Authority” è un animazione sperimentale ...