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MisterCaos da oggi in mostra a Venezia

Questo sabato è il giorno in cui MisterCaos vince la sfida con l’incertezza che per mesi ha governato austera su tutti e tutto, cultura compresa. “QUESTA MOSTRA POTREBBE ESSERE RIMANDATA” – la sua nuova personale – inaugura oggi alla galleria Visioni Altre in Capo del Ghetto Novo 2918 a Venezia. Curata da Adolfina De Stefani e Mario Bellarosa la mostra – dopo essere stata rinviata già tre volte – apre le sue porte fino al 28 febbraio 2021.


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“QUESTA MOSTRA POTREBBE ESSERE RIMANDATA” – QMPER – è ironia e decostruzione: MisterCaos entra senza chiedere permesso nelle gallerie decostruendo – e non snaturando – i suoi lavori. E così, poesia di strada e poesia s’incontrano fondendosi in una provocazione al pensiero, un invito al dialogo e alla riflessione. La personale è quindi per Caos una sorta di laboratorio dove poter giocare con tutte le possibilità espressive della scrittura e delle sfumature del linguaggio. Un po’ come faceva il piccolo ciuffo rosso di Dexter nel laboratorio vicino alla sua cameretta, ma questa volta senza una Dee Dee intorno (fyi, qui).

MisterCaos non porta dunque poesia di strada in galleria, ma ricerche e sperimentazioni pre e post realizzazione delle diverse opere: si smaterializza dai luoghi per cui sono state pensate, e in cui è state create, per poi essere ricontestualizzate in chiave diversa. La mostra è quindi un “ripensare” e un “riproporre” per aprire a nuovi punti di vista.



Basti pensare che a Visioni Altre ci sarà, a suo modo, anche “Viavai”: l’ultimo lavoro di poesia di strada di Mister Caos nonché la più grande poesia al mondo che si trova a San Donato Milanese, dove Dario è nato e cresciuto.

Una dedica e una rivalsa al suo luogo in cui il gesto del debordare – cifra stilistica dei suoi lavori aka la sua cosa – viene portata all’estremo. “Viavai” è un riferimento tutt’altro che implicito a Via Di Vittorio, laVia della periferia sandonatese che negli anni Sessanta è stata divisa da un muro di insonorizzazione – alto una decina di metri – costruito intorno ai binari della ferrovia e che si estende a ridosso dei palazzi.

Una barriera fisica e sociale che negli anni è stata teatro di fatti cronaca in cui la si vede protagonista come zona di spaccio, microcriminalità e degrado: una “situazione-tipo” che nell’immaginario collettivo si inserirebbe nello scaffale del “luogo senza alternative”. Ciò che incuriosisce non sono solo il contesto e il crossover di linguaggi di quest’opera site specific, ma un dettaglio in più: “Viavai” è un’opera non autorizzata.

Caos concentra nel suo lavoro di punta tutto ciò che l’ha spinto e portato sino a qui: l’amore per le parole e quello per la strada, intesa come luogo vivo. Per le strade non sono solo le persone a dialogare, a parlare sono anche i muri. Nei lavori di MisterCaos convivono due dei suoi grandi – e positivi – crucci: il suono delle parole, la metrica e il flow dell’hip hop con il segno, il gesto e il rispetto de e per il Graffiti Writing.

Ancora non sappiamo cosa ci sarà di “Viavai” e degli altri suoi lavori a Venezia, intanto gli abbiamo chiesto di dirci di più sul rapporto tra poesia di strada e graffiti:

“Partiamo da due certezze. La prima è che i graffiti sono un codice linguistico, sono esattamente come gli ideogrammi del giapponese o del mandarino per gli occidentali: tutti sanno che significano qualcosa, ma solo chi li ha studiati riesce a decifrarli. 

La seconda è che io sono una frana a imparare le lingue. Ci ho provato con l’inglese, con il tedesco, con lo spagnolo e perfino con il dialetto che parla mia nonna in Basilicata. Esto is not meine sport. Ecco, come nei migliori film d’amore il mio lieto fine è che i graffiti sono l’unica lingua straniera che io sia mai riuscito a imparare.

Le lettere sopra i muri mi stregano e mi seducono in loro ogni aspetto, da quelli estetici a quelli politici, fino a quelli (il)legali. Lo spray che si muove fendendo l’aria e sfiorando il muro come una spada laser tuttora mi ipnotizza. L’unica cosa che i graffiti non sono mai riusciti a soddisfare è la mia esigenza di comunicare.

Io ho bisogno di dire cose, di dirle ai più e per farlo non posso permettermi di usare il “giapponese”.  Scrivo “cose” da quando ho iniziato a dimenticare del tutto le poche parole di tedesco che avevo imparato alle medie, e lo faccio perché ogni volta che provavo a dire qualcosa sembrava sempre di parlare al muro.

Crescendo ho parlato al muro per così tanto tempo che alla fine è iniziato a piacermi, e una cosa tira l’altra sui muri ci ho anche iniziato a scrivere, non una parola sola come il “sacro dogma” del writing impone (la tag), ma tante, in fila, leggibili da tutti (tranne che dai giapponesi).

Poesie brevi, poesie lunghe, poesie che non sono poesie, parole per relazionarmi col mondo con cui ho sempre fatto fatica a entrare in contatto. Scrivo poesie perché non so spiegarmi a parole, le scrivo sui muri per farli parlare. Così se per caso qualcun altro dovesse, come me, parlare al muro, il muro questa volta risponde”.

QUESTA MOSTRA POTREBBE ESSERE RIMANDATA

Mostra a cura di Adolfina De Stefani e Mariano Bellarosa

Inaugurazione 06 febbraio ore 16.00 in Campo del Ghetto Novo, 2918 – Venezia

Orari d’apertura: Mercoledì- Domenica dalle 11 alle 18

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