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Sabato 21 e domenica 22 si è svolto a Napoli il Back To The Style 2019, e per il secondo anno consecutivo la redazione di Ostile Magazine non è potuta mancare all’appuntamento.

Anche in questa edizione abbiamo avuto il piacere e l’onore di vedere esibirsi tanti ospiti, fra writers, bboys, mcs e breakers. Tuttavia questa volta abbiamo deciso di raccontarvela attraverso un piccolo esperimento: abbiamo chiesto ai writers ospitati di elencarci tre pregi e tre difetti della scena napoletana.

Inutile dire che il risultato è stato molto eterogeneo, mettendoci davvero a dura prova nel tentativo di tracciare una “media” delle risposte. I motivi di questa difficoltà risiedono naturalmente in due aspetti cruciali: primo il campione di riferimento, siamo ben consapevoli che porre questa domanda a un pubblico ristretto non avrebbe potuto permetterci di tracciare una linea di continuità reale dei pareri raccolti; il secondo è la variegata componente degli stessi ospiti, che chiaramente rappresenta un limite alla nostra volontà di restituire un’immagine quanto più chiara possibile di come gli artisti che la compongono percepiscono la scena napoletana.

Tuttavia, siamo riusciti almeno ad individuare dei punti, sia positivi che negativi, che trovano d’accordo, se non tutta, la maggior parte dei partecipanti al nostro esperimento.

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Gli aspetti su cui i pareri sembravano andare per la maggior parte nella stessa direzione sono diversi. Primi fra tutti l’unione e il clima disteso che caratterizzano la scena partenopea e che da sempre hanno lasciato poco spazio alle faide finto-gangster a cui, soprattutto negli ultimi anni e con l’avvento dei social, ha fatto da contraltare una forte inclusione sia culturale, che ha aperto le porte a diversi artisti provenienti da molto lontano, ma anche anagrafica, che ha permesso di salire alla ribalta alcuni writers più giovani. In questo modo si è riusciti a contribuire ad una cultura, già ricca delle influenze provenienti dai primi anni ’80 – ’90, che ha fatto della scena napoletanta un traino per quella campana, qualificandosi – anche a detta di artisti non-autoctoni – come un laboratorio di idee e stili differenti, che solo in rari casi cede il passo alle mode più diffuse e che, soprattutto nei territori metropolitani del sud Italia, trova uno sfogo maggiore attraverso quelle zone “di frontiera” che ben si prestano all’attività del writing.

Chiaramente a tutto questo bisognava che si affiancasse un po’ di spirito critico. La circostanza naturalmente ha portato molti artisti a identificare come un’area di miglioramento proprio lo scarso numero di eventi come il Back to the style, che permettono appunto quella diffusione culturale di cui si accennava poco sopra nel post. A questa si affianca l’impossibilità per alcuni e la mancanza di volontà per altri, di guardarsi realmente attorno, rendendo la disciplina del writing l’unica faccia dell’hip-hop – o almeno la più evidente assieme, almeno negli ultimi anni, alla musica rap, non più intesa come mcin’ e d-jin’. Sembra infatti che molti denuncino una certa separazione, non nella scena, ma della percezione che hanno di essa i semplici spettatori, che non riescono a ricollegare le quattro discipline sotto l’egida della più ampia cultura hip-hop.

Infine, non per importanza, vi è una certa idea che contrappone il writing alla più nota street-art. In questa divisione, tuttavia, qualcuno ha individuato di positivo il fatto che la street-art, grazie a diversi artisti di spicco, stia riuscendo a trascinare un po’ fuori dall’ombra il writing agli occhi di un pubblico che fino a qualche anno fa avrebbe fatto di un “TINA TI AMO” scritto su un muro di periferia e un pezzo di Banksy praticamente la stessa identica cosa. Da contralto – e su questo Ostile è completamente daccordo – fa da sfondo il fatto che il messaggio che alcuni street artist cercano di veicolare vuole e riesce ad essere troppo più grande del pubblico a cui si rivolge, qualificandosi semplicemente come qualcosa di bello da ammirare ma privo di significato, o almeno di genio – che è il cuore dell’attività di qualsiasi artista di strada di qualsiasi disciplina.

Chiaramente questo non vuole essere da parte nostra il tentativo di dire cosa è o cosa non è oggi il writing partenopeo. Quello che abbiamo tentato di fare è restituire una percezione, un sentore di quello che provano gli artisti di strada nei confronti della loro stessa attività.

I mondi della street-art e del writing, a parer non solo nostro, sono impossibili da decifrare e da racchiudere in questa o quella categoria. Il fine resta quello di veicolare un messaggio di disobbedienza, il grido dell’artista di strada – che è anche un artista del popolo – che ribadisce la sua presenza in quanto portavoce di un malessere.

Prima di lasciarvi ci teniamo a ringraziare tutti gli artisti che abbiamo avuto il piacere di intervistare e che ci hanno dedicato anche solo qualche minuto del loro tempo e Alessandra Schembri per i suoi scatti fotografici.

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  • Jeronimo

    Jeronimo, data e luoghi di nascita sconosciuti, napoletano d'adozione. Le sue principali fonti di ispirazione sono l'irriverente sincerità delle canzoni di Nino D'Angelo, gli imbattibili beat di J-Dilla e la smodata passione di cui sono pregni i romanzi rosa degli scrittori esordienti. Approda in Ostile a seguito del suo naufragio nell'oceano della scrittura. Ama definirsi "Un Ostile senza stile", la sua poetica è caratterizzata dal sapore forte dell'ignoranza e dagli opachi colori retrò, con finali note fruttate di "vino acìto".

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