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Berlino Food & StreetArt

Cronache di un weekend a Berlino, una delle capitali della Street Art, all’insegna di cibo sporco e birra a fiotti.

“What time is it?”
“10”
“Oh I’m sorry, the kitchen is closed”

Il weekend lungo in terra crucca non poteva che aprirsi con delle bestemmie in turco nel pub della Brewdog, che tende a farsi voler bene quando si tratta di bere una Punk IPA, meno quando ti chiude la cucina in faccia alle 22h00m13s.

Poco male, d’altronde il pub avrebbe offerto solo delle misere pizze a due Napoletani orgogliosi, che mai avrebbero fatto un tale sgarro alla propria Terra Madre. E, infatti, i due Napoletani orgogliosi hanno poi posto rimedio alla propria fame andando a mangiare pizza in un posto poco distante.

È giovedì sera ed è appena cominciato il viaggio dei nostri due eroi a Berlino.

Chi vi scrive è sempre stato incuriosito da questa capitale, soprattutto per la sua nomea di città alternativa e funzionante, tedesca ma non troppo, moderna.

Ecco, moderna, anche se a una prima occhiata non si direbbe: sin dai primi passi, infatti, l’impressione è quella di essere rimasti fermi agli anni ’70, una città essenziale, pochi fronzoli, quasi spenta a giudicare dai colori (è pur vero che questo maggio, ché stato in realtà più un novembre, non aiuta in questo senso), piccoli alimentari che vendono discutibili paste in formato smoothie, numeri civici illuminati da luci calde, i famosi semafori per pedoni con gli omini con cappelli alla Michael Jackson.

La cosa che più colpisce, al primo impatto con la città, è il silenzio; silenzio che i nostri protagonisti inizialmente ascrivono alla tipologia di quartiere in cui alloggiano, Mitte, ma che si rivelerà essere costante della vacanza.

La prima vera giornata turistica si apre ad Alexanderplatz, che, oltre a negozi e a una protesta contro le banche con consolle e festino al seguito, non offre molto altro, portando i nostri due a migrare verso la Porta di Brandeburgo. Constatato che questa si presenta meno maestosa del previsto e che per farsi un giretto nella cupola del Reichstag, più che una prenotazione, ci vorrebbe la raccomandazione di qualche santo in paradiso, i due fanno una veloce tappa al Memoriale dell’Olocausto, evitando selfie di pessimo gusto, per poi andare diretti verso un’altra trappola per turisti, Checkpoint Charlie, dove due tizi vestiti da soldati americani si mettono in posa per i turisti e urlano cose in un inglese molto poco credibile. Il cartello “You are leaving the American sector”, però, obiettivamente spacca, e il sottoscritto, da bravo turista caduto nella trappola, decide di investire 32 euro in souvenir.

A questo punto i nostri protagonisti hanno il primo vero grande sussulto della vacanza: il pranzo a base di currywurst, da Curry36. Si tratta di una salsiccia malefica condita da una salsina che probabilmente contiene benzoato di potassio, a base di pomodoro, curry e qualche altra schifezza, il tutto accompagnato da mezzo kg di patate fritte.

Currywurst ispirazione per la copertina dell’articolo

Una bomba calorica e colesterolica che costringe i due malcapitati a una sosta caffè in un ristorante thailandese prima di proseguire verso due delle mete principali del viaggio: il museo di street art Urban Nation e la East Side Gallery.

Sia lo Urban Nation sia il quartiere in cui questo sorge si presentano come una sorta di paradiso per chi è malato di street art. Fuori, enormi pezzi coprono interi palazzi, ma c’è spazio anche per veri e propri pezzi d’autore, come un’intera serie degli indigeni blu di Cranio. Dentro, installazioni temporanee e opere a metà strada tra street art e arte contemporanea fanno da sfondo alla mostra permanente sulle diverse tecniche di questa nobile arte: graffiti, stencil, wheatpasting e chi più ne ha più ne metta. C’è spazio anche per un’esposizione di markers, modellini di treni pittati, tappi ordinati per tipo e intere pareti incastonate di bombolette di tutti i colori. 

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La chicca? Il cesso.

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Qualche fermata di metro e una bella camminata più in là e i nostri due piccoli esploratori si ritrovano davanti a una vera a propria galleria d’arte a cielo aperto, nonché il pezzo più lungo di Muro rimasto in piedi: la East Side Gallery. Artisti di tutto il mondo hanno contribuito a scrivere un messaggio di pace e unione laddove prima regnava divisione. Ecco, pace; pace che stava andando a farsi benedire quando una guida spagnola ha deciso di voler diventare la protagonista mettendosi a fare un comizio davanti a un’opera che i nostri volevano fotografare, non schiodandosi dalla posizione manco dopo insulti poco velati e gesti mazzarriani. Sfiorato l’incidente diplomatico, i due sono tornati a contemplare la potenza delle immagini e l’angoscia provocata da alcune di queste. Un’esperienza che, da sola, vale il prezzo del viaggio.

La giornata viene chiusa bevendo birra in un localino surreale, Birgit&Bier, in cui è possibile rilassarsi stravaccandosi su un dondolo, giocando a ping pong, mangiando pizze che fanno sembrare quelle surgelate comprate al discount delle pizze appena sfornate da un mastro pizzaiuolo di via Tribunali.

Il secondo giorno viene vissuto all’insegna del voler darsi un tono da intellettualoidi, così la mattina viene dedicata al museo Gemäldegalerie, ubicato in una zona che ricorda sinistramente Monteruscello e dove è possibile ammirare Caravaggio e alcuni caravaggeschi (oltre a una bellissima mostra su Mantegna vs. Bellini), mentre nel pomeriggio si decide di calare drasticamente di livello e finire al museo dello spionaggio, dove ci si può esibire in travestimenti insgamabili e performance degne di Mission: Impossible cercando di attraversare una stanza dotata di sensori di movimento laser.

Peppe Tessa sotto copertura per Ostile Magazine

Tra le due esperienze, il secondo grande sussulto della vacanza (sempre robba ‘e magnà): il kebab di Mustafa’s Gemüse Kebap. Più di un’ora di fila, tra l’altro di fronte al Curry36 del giorno prima (giusto per farti venire ancora più fame), ma ne vale totalmente la pena. Unico consiglio: mettersi in fila già con una birra stappata.

Una bomba

La serata, che voleva essere passata in qualche bar casinaro o in qualche locale alternativo nel quartiere di Kreuzberg, si risolverà con un girovagare agrodolce: i nostri vengono prima rimbalzati al Club Der Visionaere (“Too many men” la motivazione, per due di noi senza accompagnamento femminile… ma che è? L’Arenile di Bagnoli?); poi vengono attratti nel locale Lido dalla pubblicità positiva che ne faceva la guida cartacea della città, salvo poi scoprire essere un locale con una pista da ballo vuota, musica heavy metal sparata direttamente nel cervello e quel fumo tossico che non ti fa vedere un tubo che ti riporta con la mente alle serate dello Chez Moi di 15 anni fa; infine, si consolano con falafel e birra in un’oasi per tossici e ubriaconi avventori dei baretti locali. E pensare che quella sera c’era la tappa berlinese del Gods of Rap.

L’ultimo giorno, causa viaggio di ritorno, si risolve in una visita veloce al Technikmuseum, il museo della tecnologia, che si divide tra esposizioni di auto, computer, telefoni e macchinari di vario genere da una parte, e una specie di Città della Scienza, dall’altra. Insomma, per il prezzo pagato, 0 euro, ne vale quasi la pena.

È domenica sera e i nostri due esploratori sono ormai tornati alla base. 

Berlino è una città strana, ti confonde: per chi la visita la prima volta sembra non avere un’anima, cancellata insieme ai propri peccati, sostituita da un’identità europea ed europeista, anzi, spingendosi ancora più in là, cosmopolita; tuttavia dà l’impressione di DOVER essere visitata, e che in ogni caso vi lascerà un ricordo positivo, sia esso legato alla street art, al Muro, alla memoria, ai locali hipster, alla birra.

O, più semplicemente, al currywurst.



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    Esemplare maschio adulto comparso nella macchia mediterranea sul finire del XX secolo. Contraddistinto da una spiccata mancanza di qualsivoglia talento, è naturalmente attratto da muri colorati, palloni tirati in un canestro e sonorità dell'America settentrionale. Ha un folto piumaggio, si nutre a ogni ora ed è ostile verso tutti i suoi simili.

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