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Djerbahood

Polemica, divertente, provocatoria o cupa: la street art è l’espressione fisica di una città, per la città, nella città. Ne rappresenta umore e sensazioni. A pensarci bene è una delle cose più pubbliche e allo stesso tempo più intime che esistano, un po’ come le persone.

Sono tante le parole e gli aggettivi che si possono associare all’arte urbana ma “contrasto” e “integrazione” sono quelle che ho scelto per Djerbahood.

Djerba è l’isola più grande del Nordafrica. Situata nel nord-est della Tunisia, è diventata nel tempo gettonata meta turistica dovuta al continuo fiorire di strutture alberghiere. Nonostante ciò, l’isola è disseminata di piccoli villaggi, alcuni dei quali hanno mantenuto invariato il loro stile di vita da millenni.

È il caso di Erriadh – o Er Riadh -, uno dei più antichi villaggi tunisini dove ebrei, cristiani e musulmani vivono in pace da più di 2000 anni. E questo è uno dei motivi che hanno spinto Mehdi Ben Cheikh, gallerista franco-tunisino di arte urbana e contemporanea, ad avviare e curare Djerbahood nel 2014.

Direttore e fondatore della Galerie Itinerrance di Parigi, Mehdi Ben Cheikh è organizzatore e promotore di svariati projects itinerrance come La Tours Paris 13, Street Art 13 e Earth Crisis.

Primo progetto su vasta scala di street art al mondo, Djerbahood è un bel banco di prova per i 150 artisti provenienti da 30 paesi che hanno fatto dei muri di Erriahd la loro tela: un museo a cielo aperto.  

Si sono confrontati con un contesto urbano totalmente diverso da quello abituale. Hanno dovuto dialogare con tutto ciò che gli stava attorno: gli abitanti, il villaggio, i muri stessi. Un’antichità così distante dall’occhio di tutti; dove il tempo sembra non passare mai eppure sbiadisce, per natura, quelle tracce. A pensarci bene, è un’esperienza davvero forte: per chi avrà occasione di visitarlo, per chi lo vive e per chi ha lasciato il suo segno. 

Ottenuti i permessi dal sindaco di Djerba e dalle autorità locali, Ben Cheik ha dato così il via ai lavori: un bimestre intenso – tra luglio e agosto – che ha portato a qualcosa di unico. 

Ma, chi sono gli artisti coinvolti? Ecco alcuni nomi. 

ROA

Tra simbolismo e archeologia. ROA è originario di Ghent, in Belgio. Cresce negli anni Ottanta tra skate, hip hop e una passione per l’archeologia. Da piccolo colleziona teschi di roditori (soprattutto) e altri piccoli animali che recupera durante le sue “esplorazioni” per riprodurle poi fedelmente alla scrivania in cameretta. Crescendo, si avvicina alla street art: porta su muro le sue anatomie. Ne fa la sua firma: prima in Belgio, in tutta Europa e, infine, nel mondo. Scheletri, organi interni e corpi in acrilico di animali scelti in base al paese in cui si trova. Nulla è lasciato al caso. ROA denuncia la cattività e urla alla libertà della natura portandola all’estremo. Soggetti esanimi, intrappolati, scheletri “ritrovati” mentre fanno sesso o il singolo animale in isolamento. Un simbolismo cupo, non c’è che dire, ma così intenso da regalare – forse più a loro che a noi – un senso di pace, eterna. http://www.djerbahood.com/portfolio/roa/

Swoon

All’anagrafe Caledonia Dance Curry, Swoon nasce nel Connecticut, cresce in Florida e si trasferisce nella Grande Mela per studiare pittura al Pratt Institute. Iconico, elettrico, vivo: Brooklyn è fondamentale per Swoon, ma prima ancora per Caledonia. Soprattutto è un crocevia di storie, quelle che Swoon porta nelle sue opere. Un’arte figurativa che ha per soggetti parenti, amici e tutte le persone che C.D. Curry incontra viaggiando. Una sensibilità che non racconta con carta e penna, o quasi: Swoon alla bomboletta preferisce il più vecchio paste-up. Le figure di carte vengono prima incise a mano su stampi in legno o linoleum, poi attaccate al muro con la colla. Swoon indaga sui dettagli, scava nei suoi personaggi. Non lavora la superficie di sfondo ma lascia che sia il muro, grezzo e naturale, a modellare e dare vita ai protagonisti delle sue storie. http://www.djerbahood.com/portfolio/swoon/

eL Seed

eL Seed è prima di tutto un uomo, significato che si cela dietro il suo nome d’arte. “El Cid” è una tragicommedia teatrale che deriva, a sua volta, dal termine arabo “Al Sayed”, “l’uomo”. Infine, eL Seed. Nasce e cresce in Francia da genitori tunisini. Tutta la sua vita e la sua carriera giocano sul binomio identità-parola. E se da bambino si sente – senza pensarci – solo francese, da adolescente – una volta approfondita la lingua e la cultura araba – “sceglie” di essere solo tunisino. Nel frattempo conosce la calligrafia: il filo conduttore che riconcilia la sua identità francese, araba e tunisina. Per eL Seed la calligrafia – o calligraffitoè il suo medium: è universale, non ha bisogno di traduzioni, unisce culture e generazioni. Una dimensione politica, forse per natura, quella della street art che eL Seed non affronta in modo preventivo. Sia che siano su commissione che sue proposte, eL Seed non ha un messaggio preimpostato: il suo modus operandi sta nel conoscere gli abitanti, la cultura e la città a cui destinerà la sua opera prima di lasciare la sua traccia, scriverne il suo pensiero. http://www.djerbahood.com/portfolio/el-seed/

Scorpi tutti gli artisti di Djerbahood qui: www.djerbahood.com

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  • Camilla

    Incapace di descriversi. Promette di aggiornare mensilmente la sua bio consigliando un album. Album di maggio: Hot Soup (Instrumentals) - Danny Brown https://spoti.fi/2VTyfPv

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