erk14
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Erk14

Spinto dalla curiosità e dalle decine di post e storie che negli ultimi giorni mi hanno invaso la home di Instagram, sono stato alla mostra di Erk14. E non so se mi è piaciuta.
Palazzo Fondi, via Medina, Napoli. Tre sale, in penombra. Fari piazzati in punti strategici le trasformano in una sorta di sogno lynchiano. È ovvio che stiamo per avventurarci nella testa dell’artista. O nelle sue viscere?

Già, perché alle pareti sfilano illustrazioni su tele di grande formato, rigorosamente in bianco e nero, nelle quali, in un turbinare di segni, ce ne sono due che si ripetono con ossessiva frequenza: cervello e stomaco. Ragione e sentimento? Pensiero e fame? Idealità e realtà? Chi può dirlo. Del resto l’intera esposizione è avvolta come da un alone di mistero, una sospensione enigmatica che invita lo spettatore a soffermarsi sulle opere (non solo tele, ma anche sculture, o meglio “installazioni”) e a decifrarle, come fossero rebus o sciarade per immagini.

Così ho provato anche io a decifrarle. Ed è addentrandomi in questa giungla di segni – rose vive e appassite, specchi e gabbie, culle e aquiloni, energy drink e sigarette, dalla indiscutibile qualità decorativa – che ho visto piano piano prendere forma la poetica erkiana, il segno trasformarsi in simbolo e il simbolo comporsi in una serie di ironiche stilettate con le quali l’artista si diverte a pungolare noi e le nostre debolezze: la vanità della quale siamo sempre più prigionieri – tutti allo specchio, chiusi in una gabbia che non ci accorgiamo essere aperta, l’ossessione per la rappresentazione di sé – la rosa è viva nella foto-selfie incorniciata, ma appassita da un pezzo nella realtà – il consumo di beni e modelli come unico strumento per costruirsi un’identità. “E io che sono venuto alla mostra perché l’ho vista su Instagram…” pensavo tra me e me.

E forse è il senso di colpa ad avermi impedito di apprezzare appieno il lavoro di ERK14, o forse il sapore facilone e ammiccante della sua critica di costume in salsa pop, o forse ancora la sua grafica, controllata e fredda. Intendiamoci: le mani di ERK14 grondano talento, ma a mio avviso c’è un gap tra designer e artista per colmare il quale non basta fare ricorso a facili, per quanto condivisibili, temi d’impegno socio-etico-culturale. Fammi fare pensieri nuovi, ERK14, perché quello che ho visto a Palazzo Fondi lo so già. Voi andate a vederlo però. Potete farlo fino al 10 gennaio. Andateci, sul serio, e dopo tornate qui a smentirmi.

 

 

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