Revok VS. H&M

revok hm

Risale allo scorso 8 gennaio l’inizio della diatriba che divide da settimane il mondo del writing. Due sono i grandi protagonisti di questa vicenda: lo street artist e writer, Jason REVOK William, e il colosso della moda low cost, H&M.

Il motivo? Una pubblicità, in particolare uno shoot scattato per la campagna di lancio di una nuova linea sportiva del colosso svedese, nel quale è ritratto un giovane modello intento a eseguire un backflip proprio davanti una delle opere dello street artist statunitense, allocata su un muro dello Sheridan Playground, a Brooklyn, nel cuore della Grande Mela.

È bastato questo a far mettere sul piatto una questione destinata da un lato a far giurisprudenza e, dall’altro, ad ampliare il dibattito che, laddove non li vede camminare a braccetto, separa il writing dalla street art.

Stiamo parlando del copyright, naturalmente.

Infatti quella foto ha fatto scattare in REVOK la scintilla che ha portato l’8 gennaio alla stesura di una lettera, firmata dai suoi legali e indirizzata a H&M, nella quale è espresso l’invito a rimuovere dalla campagna pubblicitaria quell’immagine, lesiva nei confronti dell’artista perché, oltre a infrangere le leggi sul copyright, accosterebbe la sua opera – senza la minima autorizzazione – ai prodotti della multinazionale.

Naturalmente H&M non ha assolutamente rinunciato a mandare avanti la sua crociata, coinvolgendo anche i suoi legali e costringendo lo street artist a proseguire sulla sua strada.

Ad oggi pare che, seppur forte della piena proprietà intellettuale della sua opera, REVOK non abbia chance di vincere in tribunale, dovendosi scontrare con un apparato burocratico e legale, quale è quello statunitense, che taccia come «opere di vandalismo» le creazioni che ovunque, da quasi cinquant’anni, compaiono sui muri di ogni grande metropoli del globo terracqueo e che, dunque, proprio in quanto frutto di atti vandalici, non lasciano maturare ai loro creatori alcun diritto al copyright.

REVOK decide così di spostare la sua lotta dal piano istituzionale a quello mediatico, regalando al tritacarne che è l’internet la storia che vi abbiamo appena raccontato.

La reazione delle folle non si è fatta attendere. Tantissimi infatti sono i post sui social in cui fan e colleghi hanno espresso solidarietà allo street-artist a suon dell’hashtag #fuckH&M, che ai più ispirati ha fatto venir voglia di scriverlo a caratteri cubitali al di fuori della vetrina di diversi stores statunitensi (nel caso il disappunto non fosse abbastanza chiaro). È apparso anche un profilo instagram, seppur con pochissimi follower, chiamato _graffiti_vs_hm_ .

Il tutto ha prodotto esclusivamente un post di scuse da parte di H&M nei confronti degli street artist, nel quale tuttavia specifica che non molleranno la presa e cercheranno di trovare un accordo con REVOK.

Qui, in effetti, casca l’asino. Non è di Ostile il compito di far giurisprudenza, ma è senz’altro suo il diritto di far luce sulla forte ambiguità che caratterizza l’atteggiamento assunto da REVOK.

Fin dagli albori il writing altro non è che una forma di dissenso, una “scritta” appunto, lasciata sui muri in mattoni e sul ferro delle metro, per esprimere un disagio, facendolo in maniera esclusiva e ricordando al frenetico mondo che intanto correva veloce che oltre i muri dei ghetti c’erano persone arrabbiate. Un messaggio, quello che veicolavano i primi writer, che laddove esprimeva disagio lo faceva in maniera critica e spesso pacifica, non al modo di un fiume in piena quale è quello adottato da una massa a-critica che nelle scorse notti si è riversata in strada contro una multinazionale solo per una inutile questione di copyright.

Perché REVOK, così come tanti altri, ne avrebbero di motivi per ricordare a suon di spray quanto H&M sia prevaricatrice non solo del diritto di copyright, ma anche di tutti quei diritti fondamentali che negli stabilimenti in cui vengono prodotti i loro capi vengono infranti quotidianamente sulla pelle di uomini, donne e bambini.

Resta infine una seconda riflessione da compiere e riguarda proprio la questione del copyright. REVOK avrebbe potuto compiere una scelta: consegnare la storia ai suoi avvocati o consegnarla al mondo del writing e della street art. Lui ha scelto entrambe, anteponendo la soluzione istituzionale a quella che a noi piace immaginare gli sia più propria: la strada.

Non è di vandalismo che si parla, ma di ingenuità e senso critico. In qualche modo, consegnare solo dopo e non prima la storia ai ‘colleghi’ è un gesto che a caldo si qualifica come infantile e insensato: quando si parla di writing, crediamo che si stia parlando di uno stile di vita, di un vero e proprio modo di agire all’interno della società che esclude e va oltre le istituzioni, senza coinvolgerle, proprio perché loro non saranno mai pronte (e questo lo dimostra la storia che vi abbiamo appena raccontato) a coinvolgere pienamente alcuna forma di dissenso che si distacca dal piano burocratico e bigotto che le caratterizza.

 

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