ShaOne: «Il mio Hip-Hop? Un filo teso tra la terra e le stelle»

SHAONE - Strummolo Online

Shaone

In occasione dell’uscita del suo nuovo album, “Over” (Mrfew), prevista per la fine di novembre, ShaOne, autentica leggenda dell’Hip-Hop made in Naples, ha accettato di scambiare due chiacchiere con Ostile sul suo disco, sul writing, sul rap al tempo di YouTube e su tutto quanto il resto. Multiverso compreso.
Parliamo del tuo nuovo video, nel quale hai recuperato il vecchio gioco napoletano dello “strummolo” (trottola). Siamo tutti girovaghi in cerca di qualcosa?

«È un gioco di parole nato dalla mia immaginazione… Quando scrivo immagino molte cose e queste immagini forti mi danno la possibilità di costruire una storia. “Strummolo” è nato da una rima “simm’ lampare a mmar’ / riflesso ‘e nu ciel’ c’ care” ovvero siamo il riflesso di lampare che sono sul mare. Immagina un tappeto di stelle sulla testa e un tappeto di luci sul fondo, noi e come se fossimo delle stelle cadute dal cielo che fanno il loro percorso e risalgono e in questo gioco di specchi. Una metafora legata a questo discendere e salire e che ricorda appunto lo strummolo, simbolo della cultura napoletana. L’idea di questo oggetto legato ad un filo, manovrato da un’entità che ci tiene per mano, ci fa fare questo percorso, fino ad arrivare alle stelle… Mi piaceva quest’immagine nella quale ognuno di noi fa il proprio percorso e poi ritorna alla luce salendo alle stelle».

Nel video ci sono tre figure chiave: l’uomo d’affari, il clochard e l’astronauta. Cosa rappresentano?

«Per il video ho scelto il clochard e l’uomo d’affari in quanto figure borderline. Anche se molto diverse tra loro rappresentano infatti gli estremi della società, sono due persone che si pongono le stesse domande cioè chi siamo e qual è il senso della nostra vita. Nel video ci sono due soluzioni finali, la corda che rappresenta il filo dello strummolo, la strada più difficile da percorrere ma che alla fine del percorso ti porta in alto, alle stelle, e la cravatta dell’uomo d’affari che si trasforma in un cappio, ovvero la strada più facile da percorrere che è quella del profitto, dell’accomodamento, che non è detto che alla fine ti dia un giusto ritorno. L’astronauta è una figura persa nel multiverso e rappresenta l’apice della nostra tecnologia. Rendendosi conto che c’è un limite a questa corsa del progresso, va in crisi. Nel video trova quest’oggetto, lo strummolo appunto, ma non sa cosa sia e non sa dove si trova».

Ci sono 4 MC: un MC napoletano, un MC siciliano, un MC pugliese e un MC toscano, sembra quasi una barzelletta!

Il tuo nuovo album uscirà a novembre e si chiamerà “Over”. Cosa dobbiamo aspettarci? Ci sono collaborazioni importanti?

«C’è una traccia dove ci sono ben quattro MC, tra cui io, ed è sul tema dei dialetti che sono fondamentali sia per la nostra cultura che per la cultura che abbiamo acquisita da oltreoceano: la cultura Hip-Hop. Per la nostra cultura è fondamentale impossessarsi del proprio linguaggio, siamo una nazione grandiosa, di estensione verticale rispetto le altre, abbiamo culture estremamente diverse tra loro che si esprimono attraverso il dialetto e la globalizzazione non ha fatto altro che abbattere tutto questo e allontanarci dalle nostre radici. Proprio per questo sentivo l’esigenza di fare un pezzo in dialetto. Come dicevo, ci sono quattro MC: un MC napoletano (io), un siciliano (Ramtzu), un pugliese (Topofante) e un toscano (Millelemi), sembra quasi una barzelletta, su una base di DJ Simi. Inoltre c’è un pezzo con il gruppo partenopeo Capeccapa ed un’altra traccia con Shona».

Qual è la situazione attuale del rap in Italia, in un periodo in cui l’immagine conta più del messaggio, dove le view e i follower di uno youtuber contano più di un rapper che fa musica da 20 anni?

«Penso siano corsi e ricorsi storici, tutto è ciclico. In musica siamo sempre stati esterofili, le case discografiche multinazionali hanno sempre guardato prima all’estero e ai propri interessi, dando la precedenza ai grossi numeri. Ci sono sempre stati picchi di mercato come gli Articolo 31, i Gemelli Diversi, i Sottotono, ma c’erano tanti altri personaggi validi che non emergevano per colpa delle radio che mandavano in onda solo determinati artisti, sebbene il movimento negli anni ’90 fosse in pieno fermento. Dopo i primi anni 2000 c’è stata un forte momento di depressione per la musica rap, macinata e gettata in un grande calderone dove il valore culturale della musica era stato messo in secondo piano, sopravvivendo solo in pochi pionieri e gruppi, pochi rispetto alla massa intendo, che decisero di rimanere più in disparte.Noi abbiamo lavorato dall’inizio, fin dai primi passi, cercando di essere coesi, organizzando jam in tutta Italia, viaggiando per diffondere la cultura Hip-Hop insieme ad altri personaggi che, pur essendo estremamente diversi da noi, ci davano la possibilità di tenere insieme in un unico linguaggio forme espressive differenti. Ad esempio c’è un rap di Marsiglia o di Parigi ma rimane rap francese, mentre il nostro paese si differenzia per regioni, per culture, per dialetti e questo fa sì che il nostro rap, il nostro Hip-Hop, sia vero e genuino».

in Italia ci sono delle tendenze musicali ma uno dovrebbe chiedersi: cosa c’era prima?

Cosa ne pensi delle nuove tendenza musicali derivanti dal rap come la trap?

«Credo che sia una scelta personale… Io non posso dire agli altri cosa possono fare. La realtà delle cose non deve portare a dire cosa sia giusto o cosa sia sbagliato, ma a porsi delle domande. Chiedersi: cosa c’era prima? Adesso c’è questa musica, ma come è nata? Ascolto delle cose nuove ma queste cose nuove sono nate da altro. Il mondo attuale ti fa consumare, bruciare quello che c’è adesso e secondo me sono due le alternative che si hanno. La prima è: oggi ascolto questo e domani ascolterò altro; la seconda è: sto ascoltando “il nuovo” e mi chiedo da dove arriva e come è nato, perché il passato è fondamentale. Quello che c’è adesso è mediato dai nuovi sistemi di comunicazione, da ciò che le major decidono di spingere. Il personaggio che “arriva” adesso non è interessato a sapere culturalmente cosa c’era prima… Un po’ come il discorso della pillola di Matrix, ognuno sceglie la propria strada, poi sono certo che il tempo metterà a posto tutto. Ognuno deve sentirsi libero di fare o ascoltare la musica che vuole, ma chi crede nella cultura Hip-Hop deve cercare di tramandare la storia e la cultura di questo movimento. Bisogna rispettarla nella sua poetica e far si che questa cultura non diventi un bene di consumo sterile. I personaggi che sono in vetta possono fare tutti i miliardi che vogliono, non è una questione di soldi ma di messaggio e di cultura. Credo che i soldi debbano essere a sostegno di un messaggio e non fini a se stessi. Il rap è una delle discipline della cultura Hip-Hop e non puoi dividerla dalla cultura Hip-Hop. Ciò detto, ognuno faccia quello che vuole, poi sarà il tempo a dirci la verità».

Cosa ne pensi degli artisti che dal rap passano ad un altro genere musicale? O di quelli che passano dall’underground al meanstream?

«L’evoluzione di un artista non è contestabile, solo il tempo e il pubblico possono giudicare il messaggio di un artista, o il suo successo… Come nel caso di Neffa. Io non posso contestare la scelta di Neffa, che era e resta una pietra miliare dell’Hip Hop. Ha lasciato tanto, il suo percorso successivo però rimane una sua scelta. Per quanto mi riguarda, lo stimo e l’ho sempre stimato. Stesso discorso vale per Clementino, che ha fatto un suo percorso underground, che ha fatto cose che alcuni non hanno fatto, mentre adesso il suo cammino si avvicina al pubblico di massa. Io non posso contestarlo, anzi, sono ben consapevole che lui è un artista forte su cui non si può discutere. Come ho detto prima, sarà il tempo a mettere tutto a posto. L’importante è rimanere reali e, lungo il cammino, non snaturare la cultura o svendere la propria integrità personale».

Tu, come tanti altri rapper della vecchia scuola, sei partito in un periodo storico difficile in cui emergere con la musica rap era più duro, anche perché in pochissimi conoscevano la cultura Hip Hop. Partendo dal basso, facendo esperienza, dopo tempo e sacrifici siete riusciti ad emergere e a portare alla ribalta il vostro messaggio, contrariamente a quanto accade oggi. Perché è importante avere una storia, fare un percorso più lungo invece di cercare subito soldi e fama?

«Il punto è uno: bisognerebbe fermarsi e ragionare. Non è una questione che riguarda solo l’Hip-Hop ma è una questione nazionale. Siamo arrivati a queste “nuove forme” di rap, diciamo, perchè abbiamo lasciato il potere nelle mani di chi è al di sopra di noi ma che dovrebbe occuparsi solo di certi aspetti: aspetto manageriale, aspetto organizzativo, aspetto commerciale. Una major o una multinazionale non può decidere per l’artista. Se tutto questo avviene, la cosa viene snaturata. Noi, invece, partivamo dall’underground, dal “fondo” (il mio nome, ShaOne, viene da Shangai, che viene a sua volta da “sciancato”, perchè ballando break-dance la gente esclamava: “guarda questo, sembra uno sciancato”) rincorrendo il sogno di un messaggio puro. Volevamo fare quella cosa perché quella cosa era più forte di noi. Il nostro messaggio veniva dalla strada, e per strada incontrava quello degli altri e si rafforzava nell’aggregazione. Adesso l’aggregazione avviene attraverso i social network, non c’è più il confronto vero che nasce in strada, nel “cerchio”, e attraverso la strada diventa cultura. Tutto questo si è perso e si dovrebbe riscoprire. Del resto, l’Hip-Hop è così, è fatto di cerchi e di persone che proteggono ciò che sta avvenendo nel cerchio. Io ho i miei amici, la mia famiglia, la mia crew con la quale mi incontro e scontro, a volte, ma che mi proteggono all’interno dello spazio urbano perché il cerchio, nella visione tribale, rappresenta la comunità che cresce, che si confronta e si espande in modo concentrico. Questo non può avvenire on-line. Sto facendo un discorso un po’ complesso, lo so… La verità è che il rap, la cultura Hip-Hop in Italia esistono, ma chi fa musica messa a servizio delle multinazionali non fa rap! Il rap non è fine a se stesso e non sarà mai fine a se stesso.

L’Hip-Hop è un insieme di quattro discipline, che in una crew concorrono tutte a lanciare un messaggio comune. Spesso dalle crew sono venute fuori figure professionali che superano i confini del movimento – videomaker, beatmaker, graphic designer – e che cercano con linguaggi nuovi di tenere fede allo spirito dell’Hip-Hop e al messaggio originale. Credi sia tuttora un processo naturale, oppure i tempi sono cambiati ed è cambiato anche il concetto di crew?

«Tutto si evolve, ogni linguaggio artistico si muove, cresce. Cercare di cristallizzare l’Hip-Hop è sbagliato. L’importante è che quando si cerca di estendere un concetto, di progredire, si conservino i riferimenti giusti. Le quattro discipline non nascono in modo casuale ma sono strettamente interconnesse. Il B-boy che fa breaking, si muove cercando di vincere la gravità all’interno di un cerchio, sfidando le leggi della fisica che dicono che devi rimanere con i piedi per terra. Stesso discorso per il writing: il bambino a scuola, che ha una visione surreale, fanciullesca, impara le regole della scrittura e gli viene insegnato a mettere la lettera su un rigo e il numero in un quadratino, e cresce con queste “costrizioni”. Poi conosce un writer che disegna lettere su un treno, e la sua visione evolve. Questo è ciò che fa il writer, prendere quello che gli e stato insegnato e destrutturarlo sfidando le regole che gli sono state imposte. Il rap, ad esempio, si rifà alla poesia. Ma a differenza del poeta, che compone la sua lirica in quartine, il rapper riorganizza la scrittura stravolgendo le regole. Il dj, invece, al quale viene insegnato che la musica è unidirezionale e scorre in un unico senso, può tornare indietro e così via… L’Hip-Hop è questo: sfidare le regole che ci sono state imposte. Questo non significa che non possa evolversi, anzi. Il problema, però, è che se adesso ascolti la Trap e poi ascolti, ad esempio, il nuovo album del Wu-Tang Clan, oppure le ultime tracce di Method Man, non ascolti Method Man che fa Trap, ma ascolti un artista che continua ad evolversi pur restando fedele al suo linguaggio. Se resti nelle quattro discipline non è che non ti evolvi!»

Dopo tutti questi anni dall’ultimo album “Anticamera” cosa è cambiato per te? Hai ancora le stesse emozioni e sensazioni di quando hai iniziato? Il tuo approccio con la musica rap è cambiato?

«Ho vissuto tutti i periodi dell’Hip-Hop in Italia, ho sempre fatto ciò che sentivo e mi sono sempre mosso se spinto dalla pulsione di esprimere me stesso. Io dico che è giusto mantenere un’etichetta come riferimento per i giovani, ma per me non si tratta solo di Old School e True School ma di School, cioè “Scuola”. Un messaggio che deve essere portato avanti nel tempo che rimane sempre unico. Anche se nel mio ultimo album sono diverso rispetto a quello che ero nel primo, sono sempre ShaOne. Ciò non toglie che io continui il mio percorso spinto dall’esigenza di cambiare, di evolvere soprattutto il mio linguaggio, il napoletano, il mio stilo, e far arrivare agli altri questi nuovi spunti. Spero che il mio messaggio possa farli crescere, e sono contento di aprire una parentesi diversa, sulla scena napoletana che trovo fortissima e florida. Per me è una immensa soddisfazione far parte di questa scena, che all’inizio prendeva spunto dai gruppi storici come noi de “La Famiglia”, come i “13 Bastardi”, mentre ora ci sono moltissime realtà e forme espressive, ognuna con il proprio linguaggio. Questo significa che a Napoli la Cultura Hip-Hop funziona

Per finire, cos’è l’Hip-Hop per ShaOne?

«A questa domanda rispondo sempre usando un suono onomatopeico: l’Hip-Hop è una camminata a passo sostenuto verso la vetta: Hip-Hop, Hip-Hop. Il suono dell’Hip-Hop non è questo, ma personalmente mi ha sempre accompagnato quest’idea, l’idea di una persona che scala una montagna, sempre in corsa verso la vetta, che si perde tra le nuvole, tra le stelle e sempre a passo sostenuto, non di corsa, con fatica però, perché la salita è faticosa, col passo scandito da questo suono: Hip-Hop, Hip-Hop».

Un saluto ad Ostile Magazine da ShaOne! Mi raccomando comprate il disco che uscirà a novembre, “Over”, e sostenete l’Hip-Hop napoletano, e tutta la cultura Hip-Hop, incuriositevi su quella che è la storia di questa cultura!

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